

La giornata si passa al lago artificiale di Ada Ciganlija, l’Idroscalo di Belgrado. Si prende il sole, si va in bici o in canoa e si fa l bagno, anche a fine estate.
Fin dal mattino bar e chioschi inondano la folla di musica al massimo volume. La sera il rastuono si trasferisce sui barconi fermi lungo le rive di Sava e Danubio, i due fiumi di Belgrado, nei nuovi locali trendy di Strahinjica bana, nei vecchi ristoranti bohémien di Skadarska. E il vortice di suoni assordanti e di gente in movimento non si spegne che a notte fonda. Questa è Belgrado. I serbi amano le feste, ogni occasione è buona, anche questa estate che sta finendo. Avevano festeggiato l’inizio baldanzoso della guerra nell’ex Jugoslavia, così come la cessazione delle ostilità dopo i bombardamenti della Nato su Belgrado, e infine la caduta del tiranno Slobodan Milosevic.
Non si lasciano turbare dagli eventi, anche la recente secessione del Kosovo (come quella precedente del Montenegro) non ne cambiano le abitudini. «Lo spirito di Belgrado somiglia a quello di New York», afferma Veran Matic. È il direttore di Radio B92, voce dell’opposizione ai tempi di Milosevic e oggi emittente commerciale tra le più seguite in Serbia. «Era una metropoli internazionale con la Jugoslavia e lo è rimasta tuttora. Lo spirito aperto e vitale di questa città è più forte di tutto». Difficile non essere d’accordo, passeggiando lungo Knez Mihailova, il corso pedonale che conduce da trg Republike alla grande fortezza ottomana di Kalemegdan.
Malgrado le enormi difficoltà economiche degli anni recenti, con disoccupazione e inflazione da record, le vetrine di negozi e boutique sono attraenti e fornite di tutto, i tavoli dei locali all’aperto perennemente affollati, le persone vestite all’ultima moda (specie i giovani). I ruderi degli edifici sventrati dagli aerei della Nato sono stati rimossi da tempo, solo alcuni palazzi governativi a Savski Venac sono ancora ridotti a scheletri. In attesa che Belgrado si liberi anche di loro, come fa sempre con i propri fantasmi. È un rito collettivo di liberazione una serata sul barcone Blek Panters, dove la banda omonima di zingari suona senza sosta musiche gitane e tutti ballano sui tavoli. Sembra di essere in un film di Kusturica.
Anche sugli altri barconi lungo la Sava, che hanno nomi come Acapulco, Bangkok, Prestige e Laguna, si consuma la cerimonia dell’ordinaria follia, ma la qualità musicale non è così alta. Qui impazza il turbofolk, una corrotta versione da discoteca delle canzoni tradizionali serbe, con testi demenziali e ritmi da infarto. La cantante Ceca è la massima esponente di questo genere nazionale, incoraggiato da Milosevic: vedova del criminale di guerra Arkan, giunonica e volitiva, riempie parchi e stadi con i suoi concerti. È un modello per le ragazze che sfilano lungo Strahinjica bana come fosse una passerella di moda, con abiti firmati, look vistoso, visi e seni già ritoccati dal bisturi malgrado la giovane età (tanto che i belgradesi chiamano la via «Silicon Valley»).
Entrano ed escono da lounge bar e ristoranti etnici, a braccetto con i nuovi ricchi della capitale, uomini che hanno fatto rapidamente fortuna nelle emergenze degli anni di guerra. Ora la ostentano con berline cromate a sei cilindri ed enormi fuoristrada. Un altro volto della Belgrado degli eccessi. Un’artista «eccessiva» è Marina Abramovic, che ha lasciato Belgrado trenta anni fa, ma ne porta dentro lo spirito trasgressivo. Icona serba della Body Art, è nota in tutto il mondo per le performance estreme. Vive a New York, ma ogni tanto torna nel suo Paese. Dice che la distanza le è servita a capirlo meglio. «Penso che qui esista una specie di pazzia. Io la chiamo “Barocco Balcanico”. Siamo un ponte tra Occidente e Oriente, un cocktail di contraddizioni che ogni tanto esplodono. Noi non sappiamo come, ma accade tutti i giorni».
INFO UTILI [2]
Links:
[1] http://www.genteviaggi.it/gallery/belgrado-con-il-turbo.html
[2] http://www.genteviaggi.it/reportage/infoutili/viaggio-belgrado.html