

E' questione di attimi, tu stai salendo verso la cima e senti, passo dopo passo, che la fatica ti prende alla testa. Sei stanco, cadi per terra e le guide alpine ti dicono che, se non ce la fai, è meglio scendere... E invece pensi che, fra l’andare avanti o indietro, ti basta spingerti appena un metro più in alto per superare il senso del “limite” e vincere la sfida con te stesso».
Gianni Alemanno, ex ministro delle Politiche agricole e forestali e oggi sindaco di Roma, chiude gli occhi per una manciata di secondi. Alpinista per vocazione, vicinissimo alle vette (è il caso di dirlo!) del professionismo, racconta con intensità la scalata lungo le pendici dell’Ama Dablam, ovvero il versante nepalese dell’Everest, quota 8.849 metri. La cronaca della spedizione di Alemanno (15 giorni fra trekking, scalate e tappe «spirituali» nelle tende del campo base) è un’esclusiva di Gente Viaggi che ha raccolto un «diario minimo» dell’ex ministro giocato su due terreni: le emozioni di viaggio e la scelta di riportare a casa, nella quotidianità, i valori della montagna, la limpidezza e la tenacia nel raggiungere gli obiettivi.
«Mi chiedono spesso “perché ti metti così alla prova, salendo ad altitudini che a molti, sembrano impossibili?” Ebbene, una ragione esiste ed è un dato concreto, connesso alla mia attività», racconta Alemanno. «Il potere, in quanto tale, costituisce una tentazione continua, una piovra capace di risucchiare ogni energia positiva, scatenando la nostra parte peggiore, confl ittuale o aggressiva. Salire in vetta, staccare la spina e concedermi un viaggio lontano dalla realtà signifi ca mantenere un “distacco”, evitare di immedesimarsi troppo in giochi diversi dalla passione pura e schietta». L’amore per la montagna è antico e ha una radice familiare. Figlio di un ufficiale dell’Esercito di origine salentina, Alemanno comincia ad arrampicarsi appena ventenne. Monte Bianco, Monte Rosa, quindi l’Himalaya.
Parte con un bagaglio standard («le sacche pesanti le portano gli sherpa nepalesi»), identico zaino del cuore in spalla e un libro di don Giussani che legge, pagina dopo pagina, durante la salita. «Arrampicarmi su in vetta mi scatena una scarica di adrenalina necessaria a mantenere il contatto con la realtà, oltre le mille manovre della politica», confida. «La paura? Esiste, è innegabile; ogni volta mi domando se ce la farò, ingaggio una battaglia interiore con il mio senso del “limite” che non sempre riesco a vincere. C’è gente che muore in montagna, anche nel mio ultimo viaggio c’è stato un tragico incontro con la vedova di un alpinista che era appena morto scivolando su una cresta himalayana. A me, invece, qualche volta è capitato di cadere in palestra a Chamonix, o su qualche via di roccia sulle Dolomiti perdendo anche conoscenza durante il volo. Provare la sensazione del “vuoto”, del freddo o della fatica è come sfidare te stesso e la tua capacità di governare le emozioni con lucida razionalità, con il cervello, più che con il cuore».
«La montagna», recita Alemanno incrociando le mani a rosario, «è altitudine e difficoltà, è fuga per tornare a fare meglio. Ma può essere anche una irresistibile tentazione a cui molti non sanno dire no», aggiunge malizioso, «mi è capitato di incontrare amici che nel tempo hanno scelto la montagna per vivere e si sono allontanati dalla società, dalle professioni o dalla politica. Oggi vivono nei rifugi; ci sono guide, come il mitico spagnolo Carlos di 68 anni, che vanno e vengono dagli 8 mila metri come se facessero una sciata!». Per l’ex ministro no, la montagna è lo «stacco» necessario a ritemprare mente e corpo per tornare, più vitali di prima, alla vita di ogni giorno. «Ho un forte senso religioso», precisa Alemanno, «quando salgo in vetta entro in uno stato di isolamento e di pace rispetto al resto del mondo che mi consente di riflettere, pensare, drenare il cervello».
«Accade sovente che, dormendo in tenda, ci si svegli la mattina in uno stato quasi narcotico», continua, «ci sono persone che sono partite per una scalata e poi hanno scelto di fermarsi perché avvertono il malessere. È successo anche a me di cedere alle ondate di stanchezza e di non riuscire a ripartire verso la vetta. Ci sono momento intensi, anche per chi come me è cristiano cattolico, di visitare monasteri lungo le valli himalayane. I monaci ti invitano alle cerimonie, e ti sollecitano, anche mostrandoti una ciotola con dentro solo una piccola mela, a godere delle cose più semplici, e a vivere più sereni». Ma ci saranno pure degli allenamenti per ridurre le difficoltà delle scalate… «Bisogna stare attenti all’alimentazione, fare una lunga preparazione e imparare a convivere con molti disturbi», risponde l’ex ministro.
«A un mese dal ritorno, per esempio, non si è ancora riacquistata completamente la sensibilità delle mani, con la pelle indurita dal contatto con la roccia. Ogni tanto, i muscoli delle gambe si bloccano e si fatica a tornare alla normalità, però mi basta attaccare il computer, la sera dopo il lavoro, guardare le foto del viaggio per far scattare il transfert con quella magnifica esperienza». E la famiglia condivide la sua passione per le scalate? «Mio figlio Manfredi che ha 12 anni inizia adesso a fare qualche arrampicata, mi segue cercando di superare la pigrizia», sorride Alemanno. «Mia moglie Isabella (Rauti, ndr) è sintonizzata sulla mia stessa lunghezza d’onda, purtroppo soffre l’altitudine e mi può seguire solo in alcune tappe.
Quando parto mi è vicina; mi ha chiesto solo, recentemente, di cambiare souvenir (e ride divertito) perché, dopo tante pietre di fiume (acquemarine o smeraldi poveri) raccolti nei ruscelli locali, adesso accetta come dono solo pashmine colorate! A Manfredi ho portato un piccolo coltello dei Gurka nepalesi e qualche pietra raccolta lungo la via. La più preoccupata, in famiglia, resta sempre mia madre: per tranquillizzarla, debbo chiamarla con il satellitare spesso, altrimenti diventa ansiosa».
A chi consiglierebbe, infine, onorevole Alemanno, un viaggio come questo che assomiglia a una sfida con se stessi più che a una impegnativa scalata?
«A chiunque voglia recuperare un rapporto con la propria interiorità. Ci si mette alla prova nel fisico e nella mente. Tutte le valli dell’Himalaya sono pervase da spiritualità tibetana che può essere compresa anche da chi appartiene ad altre religioni. Solo in quei momenti si può comprendere il valore della vita, liberando il cervello dai pensieri superfl ui per arrivare all’unico elemento importante: l’essenza di noi stessi e il nostro legame con il divino».
Links:
[1] http://www.genteviaggi.it/gallery/il-sindaco-sulla-vetta.html