«C’è il rischio che vi taglino la testa e ve la riducano a una massa di otto centimetri», si sentì rispondere l’esploratore Leonard Clark dalla Società Geografica Peruviana quando, nel 1946, rivelò il suo progetto di cercare il mitico El Dorado nel bacino superiore del-l’Amazzonia. Non accadde nulla di tutto ciò.
I fiumi scendevano a oriente (Garzanti), è la lunga descrizione di un mondo oscuro e affascinante, e sconosciuto, dove vivono migliaia di specie vegetali e animali ancora da identificare. Mezzo secolo dopo le cose non sono cambiate di molto. La conferma arriva dalle parole di Luis (guida della crociera sul Rio delle Amazzoni), appena sceso da El Delfin: «Questo è il camu-camu» esordisce tenendo fra le dita un piccolo arbusto rosso, «e contiene più vitamina C di qualunque altro frutto al mondo: ne ha cinquanta volte in più rispetto alle arance. Nella macchia più profonda si nascondono specie viventi ignorate dalla scienza, o conosciute solo dalle tribù indigene che ne sfruttano le incredibili potenzialità curative. Per loro la foresta è un’inesauribile farmacia».
La guida cammina per una decina di minuti all’interno della selva, dove pare non esserci un albero uguale all’altro e dove il canto acuto dell’uccello campanaro si perde per chilometri. È un canto suadente e ossessivo, che fa paura agli indios perché – dicono – chiunque cerchi di seguirlo è destinato a perdersi. Luis si ferma a fianco di un tronco enorme, con radici alate e concave e tanto grandi da sembrare caverne. «Si chiama kapok», spiega, «e i suoi frutti simili a pigne forniscono la cosiddetta lana vegetale, forse la fibra naturale più leggera al mondo».
Le alte radici servono al kapok e ad altri vegetali amazzonici per sostenersi quando, durante le inondazioni, l’acqua sale di diversi metri. Il fiume straripa, sommerge intere isole e ne crea di nuove. Per questo le case dei villaggi lungo il fiume sono sospese in alto, a palafitta, mentre altre – come quelle del quartiere di Bélen a Iquitos, che alcuni chiamano «la Venezia amazzonica» – sono in realtà capanne appoggiate a enormi zatteroni che galleggiano quando arriva la piena.
Anche le case dal tetto a piramide di San Juan de Yanayacu sono sollevate da terra, ed è in una notte senza luna che i ragazzi si ritrovano tutti nella veranda del capo villaggio. Un generatore fornisce energia per alimentare un videoregistratore e un televisore in bianco e nero. La barca lascia il villaggio al buio, in un silenzio solo apparente. A tendere l’orecchio si colgono decine di suoni, le cicale, le urla delle scimmie, il gracchiare delle rane. Luis ne illumina alcune con una pila, piccoli esemplari di un verde brillante e poco più grandi di un’unghia, immobili su una foglia.
È all’alba che i canali secondari si rianimano; appare il martin pescatore, tornano a volare le farfalle e si rivedono gli indios pagaiare fluidi sull’acqua, diretti al vicino Puerto Miguel. Il villaggio sorge là dove l’Ucayali e il Marañon si incontrano, formando il Rio delle Amazzoni.






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