Un bus da Nauta riporta tutti a Iquitos in un paio d’ore, superando fiumi e villaggi che, lentamente, diventano periferia urbana. A Iquitos ti trovi di fronte a risciò motorizzati e baracche sul fiume di Bélen, proprio di fronte a uno dei mercati più ricchi dell’Amazzonia.
Al mattino gli indios Bora, Yagua e Cocama vi passeggiano fra sacchi di carbone e pesci secchi, e donne scalze masticano frutti tropicali, manovrando corazze di tartaruga. Al vicino distretto di Pasaje Paquito si trovano piante medicinali e afrodisiache, amuleti, larve commestibili e tonici naturali contro l’impotenza, infusi dell’amore, funghi e legni allucinogeni. Una decina di bancarelle più avanti, vecchi copertoni di bicicletta di caucciù riportano la memoria a una Iquitos leggendaria, quella del boom economico a cavallo del Novecento.
La Iquitos dei «baroni» della gomma e dei palazzi Art Noveau ricoperti di azulejos – Casa Cohen, Casa Pinasco, Casa Morey, l’hotel Palace, oggi dell’esercito – che dominano con aria decadente il lungo Malecón. È la Iquitos del regista Werner Herzog in Fitzcarraldo, magnate visionario e idealista che voleva costruire proprio qui, sul Rio delle Amazzoni, un Teatro dell’Opera dove far cantare il tenore Enrico Caruso.
«Iquitos è come un’isola», attacca Eric, mentre mescola estratto di chuchuhuasi con lime, miele e ghiaccio, «uno dei cocktail più amati in zona». Questo americano dai capelli bianchi si è sposato con una peruviana ed è venuto a vivere qui, in mezzo alla giungla. Oggi gestisce il café al primo piano della Casa de fierro, uno dei monumenti più fotografati della città: realizzata a Parigi da Gustave Eiffel nel 1860, fu portata qui pezzo per pezzo trent’anni dopo.
«Iquitos è un’isola perché, anche se a 3.000 chilometri dall’Atlantico e a 2.000 dal Pacifico», continua Eric, «è come se galleggiasse sul mare verde dell’Amazzonia. È l’unica città al mondo con mezzo milione di abitanti non raggiungibile via terra». Eric racconta la sua storia, mentre le ragazze della scuola di danza battono i piedi sul vecchio pavimento, come ogni domenica pomeriggio, quando il ristorante diventa una sala da ballo.
«Iquitos è stata fondata dai gesuiti alla metà del Settecento – gli spiega Eric – poi il signor Goodyear inventò la vulcanizzazione, la domanda di caucciù crebbe a dismisura e il piccolo porto divenne una delle capitali mondiali della gomma». Durò una trentina d’anni, ma quando il prezzo della gomma crollò, i caucheros se ne andarono tutti. Eppure, questa città utopica è ancora qui, pigramente distesa sulla sponda sinistra del grande corso d’acqua, pronta ad accogliere chiunque si avventuri da queste parti. E decida di attendere, senza fretta, il barcone giusto per navigare sul fiume più grande del mondo.
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